Chi perde le proprie radici non può pretendere di avere voce in capitolo in società.

Tiziano Rossi

*Materiale fotografico storico tratto dal libro “Il carnevale nelle tradizioni popolari”.

Nonostante sia già cominciata la Quaresima, è ancora fresco il ricordo del Carnevale che ci siamo lasciati alle spalle. Questa festa, oggi dedicata quasi esclusivamente ai più piccoli, è tuttavia figlia di una tradizione che varia da paese a paese, da provincia a provincia e da regione a regione.

In Calabria, in particolare, il carnevale è sinonimo di farsa, una rappresentazione che mette radici nelle complesse dinamiche storico-sociali del nostro territorio e che, al netto di una crisi che l’ha relegata a manifestazione di nicchia, ha ancora un buon seguito di pubblico in tutti i centri della Locride. La dimostrazione di questo apprezzamento è senza dubbio il successo fatto registrare, la scorsa settimana, dalla messa in scena eseguita a Gioiosa Ionica, che ci ha dato l’occasione, grazie all’intermediazione dell’amico Daniele Callà, di incontrare Tiziano Rossi, studioso di tradizioni popolari e autore di commedie in vernacolo, che ci ha raccontato la singolare e meravigliosa storia di questa particolarissima tradizione.

La copertina del libro “Il Carnevale nelle tradizioni popolari”, in cui l’artista Armocida ritrae i personaggi tipici della farsa Gioiosana. Sono riconoscibili “Volanti” con il berretto piumato tricolore e, in basso “Carnalevari” e, di spalle, la “‘zza vecchija”.

È subito evidente il senso di malinconia con cui il signor Rossi ci parla di un carnevale calabrese ormai “perduto”, una festività che descrive approfonditamente anche nel proprio saggio “Il carnevale nelle tradizioni popolari”.

«Purtroppo oggi si è perso di vista il vero significato del carnevale – esordisce infatti Rossi cominciando a parlare subito dello stato di salute di questa tradizione nel nostro comprensorio, – e mi fa male constatare che tale condizione sia sofferta solo dalla Calabria perché, al netto della crisi economica, in altre parti d’Italia la si rispetta ancora. La verità è che non si tiene più a mente quale sia l’importanza del carnevale, una festa che affonda le radici nel contesto storico-culturale della nostra terra e in grado di celebrare per questo le dinamiche che intercorrono tra il ceto ricco e quello povero, ricordandoci ciò che la nostra regione era un tempo.

Il personaggio di “Carnalevari”

«Proprio per questa ragione il carnevale era forse la festa più attesa dell’anno, il momento di rivalsa e rivincita morale in cui, per un giorno, il povero, il colono, il servo o il vassallo avrebbe preso il posto del ricco, del barone, del marchese, del conte. Un’attitudine molto ben incarnata dalla figura stessa di “Carnalevari”, che rappresentava la povertà, la fame secolare, un personaggio che non a caso veniva descritto come l’abbuffino, colui che non si sazia mai, l’ingordo che alla fine deve pagare lo scotto delle sue malefatte».

Ma dove mette davvero radici questo nostro carnevale?

«Probabilmente nei saturnali – mi risponde Rossi, – festività con cui gli antichi romani celebravano l’insediamento nel tempio del dio Saturno. Più certo è che si tratti di un’evoluzione delle festività con cui, nei nostri paesi, si ricordavano i defunti. In questo periodo dell’anno, infatti, tutte le famiglie si recavano al cimitero per fare offerte di cibo e vino che si pensava potessero andare a suffragio delle anime perdute».

Un periodo scelto perché, dopo un anno di sacrifici, la macellazione del maiale permetteva anche alla povera gente di vivere giorni di abbondanza e di celebrare riti che diventavano spesso un ottimo pretesto per stare assieme.

«Proprio a Gioiosa Ionica – racconta infatti Rossi, – la settimana che prelude alla domenica di carnevale era detta “simana muzza”, ovvero “settimana della baldoria”, un termine proveniente dall’arabo che accompagnava i nomi di tutti i giorni che avrebbero condotto alla domenica in cui sarebbe andata in scena la farsa. Ma i preparativi del carnevale sarebbero iniziati ben prima di arrivare a “luni muzzu”, “marti muzzu”, “mèrcuri muzzu” eccetera. Le domeniche antecedenti alla “domenica di carnevale”, infatti, venivano indicate rispettivamente come la “domenica degli amici”, la “domenica delle comari” e la “domenica dei parenti”, giornate dedicate alle visite a parenti e amici e utili a scambiarsi il vino o la carne di maiale appena macellata. Ci si ritrovava per rafforzare i legami di parentela o amicizia, caricando così il carnevale di un significato molto diverso da quello odierno. Questa necessità di omaggiare gli ospiti faceva sì che ci fosse un forte legame tra la tradizione del carnevale e quella del maiale. Anzi, possiamo affermare che l’una senza l’altra non sarebbe mai esistita. Non è un caso, infatti, se il giovedì grasso, a Gioiosa, viene chiamato ancora oggi “‘u jovi ‘i lardaloru”, ovvero il giovedì in cui si mangia il lardo, e si dice che “‘u jovi ‘i lardaloru cu’ no’nd’havi carni si ‘mpigna ‘u figghijolu”. La carne non poteva mancare per nessun motivo dalla tavola dei calabresi, abituati per il resto dell’anno a un mangiare povero. E anche il presentarsi di questa ghiotta occasione di mangiare carne costituisce uno dei motivi per cui il carnevale era sempre molto atteso».

Ma, come abbiamo anticipato, anche la messa in scena della commedia in vernacolo era motivo di trepidazione, perché rappresentava il vero momento in cui il popolino avrebbe potuto finalmente avere la propria rivalsa sui potenti.

Tiziano Rossi nel proprio studio

«La farsa narrava la storia della povera gente e, una volta all’anno, le dava voce, – spiega Rossi. – Gli attori che mettevano in scena la farsa, infatti, davano risposte così pungenti sui temi cari alla società dell’epoca da scatenare un vero e proprio sentimento di rivalsa. Tutti venivano messi alla berlina dai poveri, dai lavoratori che subivano angherie: ricchi marchesi, conti, principi, baroni, persino il governatore, considerato per il resto dell’anno una sorta di esser supremo. Ciò non toglie che si mantenesse comunque una forma di rispetto nei confronti di questa classe dirigente. A questi signori, infatti, e solo a loro, ci si rivolgeva sempre in lingua italiana, una riverenza che dimostrava che l’ordine sociale si stava mettendo momentaneamente da parte, ma non era stato del tutto dimenticato. Naturalmente l’italiano che ne veniva fuori era maccheronico, ma comunque efficace a trattare tematiche di stringente attualità.

Il personaggio della “’zza vecchija”, come da tradizione interpretato da un uomo.

«Ne “‘A farza d’u porcaru”, ad esempio, si intuisce chiaramente quale fosse il panorama storico-sociale della Locride. Nella commedia, infatti, il macellaio che dà il titolo alla rappresentazione viene nientemeno che da Monteleone (l’attuale Vibo Valentia) per vendere i maiali a Gioiosa Ionica in occasione dell’imminente carnevale. Sulla base dei discorsi fatti dal protagonista, anzi, si comprende quanto Gioiosa fosse ritenuta importante in qualità di piazza commerciale e quanto questa festività fosse sentita, tanto da convincere un commerciante a intraprendere un lungo viaggio a piedi per fare buoni affari. A questo si aggiungeva anche una sagace critica sociale, tanto che questa farsa viene spesso ricordata per aver portato in scena il primo caso di corruzione dell’autorità. Per salvare dal carcere “Carnalevari” che ha rubato il maiale al macellaio di Monteleone, infatti, il personaggio della “‘zza vecchija” porta una “tiana”, ovvero una pentola di terracotta, piena di maccheroni e polpette al governatore, convincendolo così a prosciogliere il figlio entro sera.

«“‘A farza d’u porcaru”, inoltre, si apre con un prologo recitato da un personaggio chiamato “Volanti”, perché aveva dei pennacchi sul copricapo che svolazzavano mentre, recitando, girava da una parte all’altra della ruota formata dal pubblico per assistere alla rappresentazione. Si trattava dello stesso personaggio che avrebbe chiuso la recita presentandosi, questa volta, come l’antiprologo, ovvero colui che spiegava le dinamiche che legavano i personaggi che erano stati visti sulla scena e che spesso, in un perfetto esempio di metateatro, riportavano anche i pettegolezzi di paese che coinvolgevano gli attori che li avevano interpretati. Questa pratica, adottata persino da Niccolò Machiavelli ne “La Mandragola” e spesso dalla farsa gioiosana, fece finire in tragedia una rappresentazione ideata da Clelia Pellicano. Nell’intreccio ideato dall’autrice, infatti, la tresca d’amore da lei imbastita si verificò veramente tra gli attori che dovevano portarla in scena e, data la velocità con cui corrono le voci in paese, quando la si rappresentò in piazza la domenica di carnevale la gente rideva ancora prima che che venissero recitate le battute. Le risate del pubblico sarebbero state insopportabili per le persone coinvolte, tanto che alla fine ci scappò persino il morto mentre la Pellicano venne a sapere le motivazioni di quanto era accaduto solo a posteriori».

Analizzando tutti questi elementi è facile comprendere che uno dei motivi di crisi della farsa sia la sua difficoltà a realizzare una così pungente critica nei confronti della tanto complessa società contemporanea.

«Specialmente in una realtà difficile come quella calabrese – prosegue infatti Rossi, – si teme che lo scontro con la realtà sociale attuale possa costarci molto. Dovremmo tuttavia avere il coraggio di mettere da parte questa paura, perché la farsa può dare ancora molto alla nostra società, perché rappresenta il nostro animo, il nostro modo di pensare, noi stessi. Oggi, invece, la farsa si perde in piccole battutine e rime stupide che la rendono priva di significato, anche perché gli attori, purtroppo, non riescono a dimenticare che con il lunedì si torna alla normalità».

La messa in scena di una farsa negli anni ’80. Un palco ha preso il posto della ruota per attirare un più vasto numero di persone.

La maggiore povertà dei contenuti non pregiudica comunque il successo di pubblico che, l’ultima rappresentazione di Gioiosa Ionica lo dimostra, partecipa ancora oggi molto volentieri alla messa in scena. Ma per Rossi non è comunque abbastanza.

«Non si è mai trovato il modo di coinvolgere maggiormente i bambini e le donne, un difetto che mette radici nell’impostazione tradizionale della messa in scena della commedia. Come nell’antica Grecia il teatro era precluso al genere femminile, infatti, anche nella farsa le donne erano escluse, tanto che gli stessi personaggi femminili, come quello iconico della “‘zza vecchija”, che, a seconda delle rappresentazioni, poteva essere la nonna, la madre o la sorella di “Carnalevari”, era interpretata da un uomo. Inoltre, essendo messa in scena in maniera conviviale, in piazza, la calca che si formava attorno agli attori rendeva difficile alle donne potersi avvicinare, ragion per cui ho spesso avanzato l’idea che si facessero rappresentazioni anche al chiuso, in teatro».

L’insistenza nel mantenere viva la tradizione della piazza, invece, ha instillato l’idea che la farsa sia sempre stata una cosa da maschi o, peggio, da ubriachi.

Un altro momento di una rappresentazione antica in cui è possibile vedere, nonostante ciò che si dica che le commedie in vernacolo siano “recite da ubriachi”, è possibile vedere molti giovanissimi ad assistere.

«Questa idea che fosse una recita da ubriachi – spiega Rossi, – nasce dal modo in cui la farsa veniva tramandata. Chi rimaneva colpito dalla rappresentazione dopo averla vista, infatti, spesso la imparava a memoria e, tornato in paese, dove erano quasi tutti analfabeti, la faceva imparare a un gruppo di amici che incontrava la sera nelle bettole in cui si giocava a carte e si beveva vino. Per realizzare la rappresentazione, inoltre, servivano giovani ardimentosi, perché gli uomini di legge, nel tentativo di proteggere fino all’ultimo i potenti, pretendevano di leggere il copione prima di acconsentire alla messa in scena di queste commedie. Siccome tuttavia copione non ce n’era, i Carabinieri di Gioiosa esigevano invece che la prima recita venisse fatta davanti alla caserma il giovedì sera, per assicurarsi che la rappresentazione non cozzasse con la pubblica morale. Solo le farse edulcorate potevano andare in scena la domenica e se non si stava attenti si rischiava la censura… o peggio. Questo, da un lato ha creato una sana competizione tra giovani “spacconi” che ci tenevano a mostrare al paese di avere il coraggio di fare critica sociale, ma dall’altro non ha garantito una trasmissione della versione originale della farsa e ha permesso alla paura di prendere il posto dell’iniziale ardimento».

Secondo il signor Rossi, purtroppo, oggi ci sono pochissime speranze che questa tradizione possa essere ripresa e nuovamente coltivata.

Il pubblico presente alla messa in scena della farsa della scorsa settimana.

«La farsa vive purtroppo la stessa crisi vissuta dal dialetto. Vedere i bambini per strada che parlano in italiano o, peggio ancora, sentire di genitori che sgridano i figli perché utilizzano termini dialettali mi provoca veramente tanto dolore. Recuperare la farsa significa anzitutto fare un lavoro capillare sul dialetto, perché anch’esso fa parte della nostra storia e per tale ragione non possiamo assolutamente abbandonarlo. Chi perde le proprie radici non può pretendere di avere voce in capitolo in società ed è sulla base di questa convinzione che ho più volte avanzato la proposta di avviare un progetto che permettesse di insegnare il dialetto nelle scuole e avere in biblioteca un dizionario di dialetto. Oggi, invece, i bambini fanno le loro recite di carnevale con personaggi di importazione, quando sarebbe invece splendido riuscire a realizzare farse in piccolo».

Una flebile speranza è legata alle scuole di teatro che, tuttavia, presentano invece un limite dettato dalle caratteristiche della nostra società.

«I giovani – mi spiega un affranto signor Rossi, – pensano giustamente a cercare un lavoro con il quale campare più che perdere tempo a imparare le farse. Ecco perché l’Amministrazione Comunale, alla quale pure va il merito di dimostrare grande sensibilità nei confronti di questo genere di iniziative, dovrebbe prevedere un compenso, anche solo un “gettone di presenza”, per i ragazzi che mantengono vive queste tradizioni. In fondo questo sarebbe un ottimo incentivo per loro e anche per arricchire il panorama culturale della nostra città creando un indotto turistico. Oggi, infatti, chi viene a Gioiosa si limita a fare una fotografia e ad andarsene. Non riusciamo a dare niente di concreto a chi ci fa visita.

«Eppure abbiamo così tanti tesori nascosti…»

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