Liriche dense di delicatezza, fantasticheria e inflessibili tagli di lama. Poesia del sentimento e dell’impegno civile. Il teatro delle Clarisse, opera poetica di Antonia Capria (Città del Sole edizioni), nella puntuale e appassionata analisi critica del prof. Carlo Beneduci, saggista e poeta raffinato. Qui riportiamo una sintesi della sua relazione. 

La raccolta abbraccia circa trent’anni (1980-2008) di riflessioni di vita tradotte in poesia; illustra l’intelligente irrequietezza dell’Autrice, i drammi umani, privati e pubblici, del nostro tempo e delinea una forte statura identitaria.

Sono presenti due diversi aspetti relativi ai modi poetici. Il primo, quello memoriale, che canta i luoghi dell’infanzia e della giovinezza, in cui sono radicati gli affetti ed è maturata la sua evoluzione sociale. Si tratta di esperienze cariche di sogni che oggi sono nostalgie. Qui il verso, costruito con parole facili e ritmo piano, è romantico-decadente, teso alla rappresentazione di oggetti e persone e luoghi diventati miti e simboli di un passato che non può tornare. Così in Sorelle, al tempo dell’infanzia a San Ferdinando: Siamo il ricordo del pallone/…/della zia Rosetta/…/dell’acqua chiara/…il richiamo di don Peppino,/ che ci voleva cresimate… Nel brano intitolato La vergine del Mezzogiorno con una rievocazione sensoriale e ideale la Poetessa personalizza Vibo Valentia dando del tu alla cittadina tirrenica, ove ha vissuto giorni lieti, ma anche – vedi la poesia L’ombra del melo – profondamente drammatici, e celebra la nostalgia dopo il distacco temporale e fisico. Per evidenziarlo con forza si serve dell’iterazione anaforica del verbo essere coniugato al passato: Eri, per cinque volte. È un canto nostalgico di un frutto scomparso, la verginità, non più godibile, anche perché nel frattempo s’è disfatto, è marcito tra corruzione e ‘ndrangheta. Ne La stradina, infine, scritta in ricordo di un altro periodo di gioventù vissuto intensamente a Nicotera, la P. canta la magia degli ardori per lo studio di opere letterarie e di pensiero. Per la serie “i luoghi del cuore” non poteva mancare Siderno, città di Nicola Zitara, marito e celebre meridionalista, e residenza permanente dell’A. dai primi anni Settanta in poi, tranne un breve intervallo per l’insegnamento a Domodossola. Siderno è cantata in tre brani, in cui l’identificazione con questa cittadina del cuore è totale, tanto che in un brano è definita “il mio paese”. In ordine di tempo è dell’89 la prima composizione. In essa Siderno è definita Giardino d’oro, divorato dal dolore. Il tema viene ripreso in due brani del 2008: Siderno, il mio paese e in Siderno senza sorriso. In questi il dolore si fa tragedia: Mi sono trovata nell’inferno, ma ci resto ancora / Si ergeva il mio paese / ormai lontano dai sogni/ …/ Il mio paese /scendeva adesso dirupato/…/ … rovesciato come un amaro tramonto./ canta nel primo. E nel secondo: Somigli, or ora / paese mio, / a un’anima ferita / senza più sogni.

 

Esaminiamo ora più compiutamente il secondo aspetto che include quasi tutta la produzione raccolta e pubblicata. I temi trattano in parte drammi interiori, in parte il civismo, la società, l’ambiente e la politica e sono tra loro interconnessi col ricorso ad un linguaggio immaginifico non comune, legato strettamente al simbolismo e alla psicologia del profondo. Non sono di facile interpretazione. Dai modi crepuscolari cui abbiamo accennato più su qui la parola si fa aspra, di sapore onirico e intimista, le immagini sono corrusche, da incubo. Gli accenti sono drammatici, alimentati da anafore, personificazioni, allocuzioni, similitudini e metafore continuate, cioè allegorie. Si passa, dunque, dal romanticismo crepuscolare ad un discorso elevato e complesso per i temi svolti e intessuti con l’impiego di stilemi sofisticati. Potremmo dire che è una poesia che se riecheggia un misto di simbolismo e di ermetismo, di fatto è una costruzione postmoderna, una poesia che non si fa catalogare, perché contaminata dal permanente disorientamento morale sociale e politico, dalla crisi dell’attuale senso di umanità, dalla visione di un potere oligarchico e oscuro, che spazza via minoranze, non tiene conto dell’ambiente e della necessità del lavoro per tutti. In più è una poesia caratterizzata da vigore immaginifico non comune. Non solo, ma è lontana da schemi metrici e fa versi in costruzione diretta. In molti brani la P. segue senza freni il flusso di coscienza spontaneo e ottiene parole cariche della voluta espressività analogica. E tutto ciò costituisce la sua cifra stilistica.

A proposito della psicologia del profondo, molto presente in quasi tutti i componimenti, ho osservato che uno dei motivi a cui l’A. ricorre per illustrare il suo stato d’animo è il motivo dell’ombra. Cos’è l’ombra? L’ombra è simbolo di entità misteriose dotate di vita propria; le ombre sono doppi, immagini della propria anima; ombre sono quelle dei defunti, perciò intangibili (ricordiamo Odisseo che nell’Ade tenta invano per tre volte di abbracciare l’ombra di sua madre, Anticlea; ed Enea che tenta la stessa cosa con il padre Anchise).

 Leggiamo L’ombra del mio corpo

 Ho paura del sole

che si allontana

e degli alberi curvi

sulle macchie verdi degli uliveti,

dei fili elettrici,

che il treno trascorre.

Mi pare di essere morta

L’ombra del mio corpo

si riflette sul vetro del finestrino

e il pensiero s’inabissa

tra nuvole di pianto

e angosce brucianti.

Si tratta di due sestine di metri vari, in cui il sentimento di paura si fa angoscia di morte durante un viaggio in treno. Nella prima strofa è descritta la presenza dolorosa causata dalla realtà che trascorre veloce vista dal finestrino del treno: ogni elemento è motivo di angoscia. L’esperienza descritta è una metafora continuata, un’allegoria del nostro tempo, della post-modernità, della liquidità o destabilizzazione delle coscienze per mancanza di certezze etiche, politiche ed economiche.

Nei componimenti della nostra A. non mancano similitudini, metafore, allegorie, anafore, apostrofi e personificazioni. Ma la cifra stilistica che più la distingue è costituita dal ricco repertorio di simboli. I simboli ci rimandano invariabilmente a qualcosa che è al di là del significato proprio della parola. Ne era convinto lo stesso Goethe. Il simbolo è dunque la chiave per rappresentare l’universale a partire dal particolare concreto e come tale è un arricchimento di senso in molteplici direzioni. Secondo Young l’umanità conserva un patrimonio comune di forme originarie, gli archetipi, immagini presenti nell’inconscio collettivo, utili per la lettura del pensiero simbolico. In quanto chiave per capire il mondo spirituale la nostra P. gioca a mettere in campo gli elementi della realtà carichi di simbolismo con cui giustifica le sue angosce esistenziali. Allora il verso si fa aspro e si avverte il più ampio respiro dell’A., che aggiunge fascino al fascino. Tale complessità è da interpretare e suscita in noi maggiore interesse perché richiede una lettura approfondita.

La politica, l’abbiamo visto, è nelle corde della nostra P.. Non poteva essere diversamente. E non solo perché ha vissuto e condiviso studi e pensiero di Nicola Zitara. Antonia Capria è stata un’attivista politica e una pubblicista impegnata. Ce ne dà un esempio significativo per la concisione e per l’originale allegoria espressiva la brevissima poesia che di seguito leggiamo. 

Pietra liscia

Pietra liscia,

seduta,

del mio paese,

lasciami un posto!

Su di te

brilla sempre la luce.

Dammi un posto,

pietra liscia seduta,

all’ombra del sole.

La pietra è liscia, è dunque pulita, lucida, splendente. È una pietra nobile, bramata, invidiata. La pietra nell’immaginario collettivo è simbolo di fermezza. Può originare oggetti dai poteri straordinari (i metalli per le armi, per le monete, per adornare e distinguere i potenti). Nelle sue viscere risiedono esseri soprannaturali (elfi, gnomi, ecc.). È quindi all’origine del potere e della legge, ne dipende la sorte del lavoratore incerto del futuro e alla ricerca di giustizia. E allora “lasciami un posto!” invoca il bisognoso nullatenente rivolto alla pietra, al riccone di turno, all’uomo di potere, al ricco imprenditore, baciato sempre dal sole. La pietra è grande, spaziosa, fa ombra. Il lavoratore chiede che gli lasci un posto, che gli dia un lavoro per sopravvivere. Si accontenta di vivere all’ombra di questo sole terrestre.

 

Il fascino della poesia è proprio questo. Mettere insieme semplici parole, note a chiunque, avendo l’ardire di tacere il messaggio e di lasciarlo alla libera interpretazione. Come per un quadro astratto. È anche per questo che penso che Antonia Capria, donna e pensatrice modernissima, rientri a modo suo nel canone infinitamente sfaccettato e variegato della letteratura post-moderna. In lei convivono accanto alla spontanea e apparentemente facile fluidità, forme di romanticismo e forme di esistenzialismo, di tenera nostalgia, di intimismo decadente e di simbolismo.

Capita alla nostra P. di descrivere anche la nostra terra in chiave politica. Notevole il tono apparentemente dimesso che usa per persuaderci che i beni che la nostra terra può profondere per la sua natura generosa sono frutti insanguinati. Tutto ciò nel brano intitolato Terra scarlatta.

Terra scarlatta

 Questa terra scarlatta

tra spighe d’oro

e bocche avide di luce,

è una frusta

che si alza prepotente

nel cuore degli ulivi

contorti e tormentati.

Diamante

tra fitti rovi

e bianche aurore

tra fiumi caldi

e gole primaverili

con grandi abbeveratoi

di mucche e cani.

È una fanciulla

dalle gote pallide

come perle,

che sogna ancora

il respiro

delle lucciole

nascoste

in un canto febbrile.

La mente dell’uomo

è distratta, violenta

come un giovane mare

e sfugge

alle dita rosa

del ciliegio sanguigno

in cui

la terra scarlatta

vi ha lasciato il cuore.

Tre strofe di versi di metri vari. Il ritmo è piano, solenne, suadente, ma canta una grande delusione, espressa con toni pacati, come di resa e rassegnazione ineluttabile. L’incipit nei primi tre versi apre con un contrasto di colori accesi. La nostra terra (nostra perché ad essa la P. fa riferimento) è “scarlatta” cioè insanguinata, ma continua a partorire spighe d’oro, bocche avide di luce, cioè esseri umani che cercano la verità, Ma è anche ”una frusta” dice, ossia una sferzata d’odio per la misera umanità che adombrano.

E veniamo ad un’altra poesia d’intonazione civile. 

Incendio

Sputo sugli incendi

umane rabbie

e diluvi;

tormenti sulle strade

immonde di fogne

a cielo aperto.

Adesso sono sangue di belva

e corro, corro davanti ai treni

veloci sulle rotaie

infiammate.

Sono un tuono orribile

sulla terra fraudolenta

dominio di uomini

nudi come vermi.

Corro per non vedere

le nostre vergogne

mentre la notte

scava nei cassonetti

per rubare

le orrende storie

delle nostre anime

sepolte dalla spazzatura.

Si tratta di un componimento surreale, con immagini gotiche da urlo, di onirica potenza. La P. denuncia l’attuale degrado morale e ambientale, insopportabile. Il suo sdegno ed orrore lo traduce in 4 strofe di immagini deliranti. Nell’immaginario simbolico la notte non è solo banalmente identificata come assenza di Sole e quindi di luce, ma rimanda all’idea del grembo materno che nell’oscurità protegge ogni creatura. Inoltre la notte evoca la pace del riposo, il sonno ristoratore lontano dagli affanni. Nessuna di queste simbologie aderisce al contesto in esame. A maggior ragione è sconvolgente e delirante la personificazione della notte che scava nei rifiuti e ruba le orrende storie delle nostre anime, che sono pattume se la vita è vissuta all’ombra del male. Rubare è anche separare. Perché separare dai rifiuti se non perché le nostre squallide o delittuose storie non vengano incenerite e disperse nel nulla? La materna notte, dunque, salva la memoria delle nostre esistenze, come dire che salva gli atti della nostra cattiva coscienza. E ancora una volta la P. ci riporta al tema dell’inconscio, questa volta collettivo, perché delle azioni di un’intera comunità si parla in questo contesto di distruzione dell’ambiente per eccesso di antropizzazione.  

 

Concludo ricordando che la parola innocenza, derivata da latino innŏcens (che non nuoce), indica la mancanza di colpa e di responsabilità, l’ignoranza del male. La lirica appena letta si lega intimamente a quella dal titolo Siamo in pericolo. Sono insieme preghiera politica e grido di dolore, poesia che invoca giustizia per i nostri figli. Nostro è il desiderio che essi spicchino il volo in una comunità incontaminata da corruzione, rispettosa delle leggi, della pari dignità e che offra uguali possibilità formative ed espressive, nostra è la responsabilità del bagaglio che nel volo porteranno con sé. La Questione Meridionale è soprattutto un problema nostro.

Ce l’ha insegnato Nicola Zitara, il Socrate del Mezzogiorno. Siderno non ha ancora riconosciuto ufficialmente la grandezza dello studioso, che si è interrogato sulle cause della nostra decadenza e del nostro svantaggio e ha dato risposte che hanno riscattato l’onore dei briganti-patrioti. I sofisti non l’hanno tollerato, perché Nicola Zitara con la sua dotta e insistita ricerca scientifica ha messo in mutande la storia accademica sull’annessione del Sud e la politica predatoria tosco-padana. Sono verità importanti e molto impegnative che Antonia Capria continua a testimoniare e ad illuminare con la sua preziosa arte poetica.

copertina Il teatro delle clarisse

Nelle foto di Lidia Zitara, alcuni momenti della presentazione della silloge alla libreria Calliope Mondadori di Siderno, sabato 24 marzo 2018, con Carlo Beneduci, Rossella Scherl e gli editori Antonella Cuzzocrea e Franco Arcidiaco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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