di Giulia Perri

Ci incontriamo con il dott. Erminio Amelio, magistrato e scrittore, che ha da poco dato alle stampe il suo secondo romanzo, La forza dei sogni, con la casa editrice Pellegrini. Un romanzo potente, coinvolgente, emozionante. Inevitabile il desiderio di comprendere con l’autore da dove nasce il suo romanzo, ambientato in Calabria negli anni Sessanta del Novecento, in cui troviamo una narrazione universale per i temi toccati e per i sentimenti che animano i personaggi e che suscita nel lettore. Ci diamo del tu, perché siamo stati compagni di Università a Milano.

Certo non avrei immaginato, un giorno, di incontrarti in veste di scrittore e di intervistarti! E allora ti chiedo, Erminio: come nasce l’idea di questo romanzo? Leggendolo si ha la sensazione che vi fosse un’urgenza di raccontare…

La forza dei sogni nasce dell’esigenza di raccontare il vissuto di tante persone, alcune conosciute e altre con le quali ho trascorso gli anni della gioventù. Il romanzo è un omaggio a chi ha sofferto e a chi ha sopportato il dolore, a chi è stato assente e a chi l’assenza l’ha subita, a chi e partito e a chi ha atteso, a chi è tornato e a chi è rimasto. Ricorda fatti che ci hanno fatto soffrire ma che ci hanno anche migliorato, sospendendo, comunque, qualunque giudizio affrettato sulle azioni di ognuno. Ciò può essere sintetizzato con il dialogo fra i due fratelli quando uno dice “non puoi essere il giudice di nostro padre” e l’altro risponde “io sono una vittima di nostro padre”. Il romanzo vuole essere un’opera che parla di sentimenti dall’amore all’amicizia, dalla solidarietà alla fede, dall’odio alla violenza. Così come vengono in gioco i temi della responsabilità delle scelte, dei sensi di colpa e della relazionalità fra padre – figlio – fratelli, tema attualissimo in tutte le epoche storiche.

Sembra di essere presenti mentre si legge: i personaggi hanno un carattere e una psicologia che il lettore sente immediatamente “vicini”. Dipende forse dal fatto che in questo romanzo c’è qualcosa di autobiografico?

Credo che quando si scrive un romanzo qualcosa di autobiografico resta sempre, o fa capolino, fra le righe. Anche qui è accaduto, in minima parte. Quanto alla “vicinanza” di cui parli e che io condivido in maniera forte, in tanti, dopo aver letto il libro, mi hanno inviato messaggi sottolineando questo aspetto e sono stato profondamente felice. Quando il libro è pubblicato non è più del suo autore ma dei lettori che in quel libro entrano a loro piacimento, positivamente o negativamente. Se si riesce a fare questo già è un buon viatico per il romanzo. Alcune persone hanno detto di averlo letto tutto di un fiato (vi assicuro che è possibile, nonostante la “mole”!); altri hanno speso parole meravigliose per i personaggi nei quali si identificavano e che, appunto, sentivano “vicini”. In tal senso è bene che io risponda con le parole di un lettore a cui miei amici avevano regalato il libro: “Alle volte il racconto ha suscitato emozioni che non posso nascondere. Ho preferito leggerlo di notte perché mi bastava interrompere la lettura, chiudere gli occhi e mi apparivano le figure più care che accarezzavo con emozione. Complimenti per il piacere della lettura e per le sensazioni suscitate in me come scariche elettriche”. Credo che questa risposta sia la migliore che si possa dare.

La “forza dei sogni” è ambientato negli anni Sessanta del secolo scorso; ma il dolore, le speranze, le lotte, le delusioni, le amarezze, l’amore, di cui il libro è “impregnato” fanno pensare a un libro moderno e antico nello stesso tempo…

Hai letto il libro in tutte le sue pieghe, anche quelle più nascoste, e mi fa molto piacere, perché quando il libro vede la luce si ha il timore della reazione dei lettori. Mi sarò fatto capire? Ho espresso bene i miei pensieri? Il romanzo, però, oltre che al passato, a quello che è stato, volge uno sguardo al presente e al futuro, a quello che è e che sarà, pensiamo alle immigrazioni, alle sofferenze, alle morti di tutti gli esseri umani che avvengono in mare. Alle lotte per conquistare il lavoro, alla dignità da mantenere sempre ferma e salda per non scendere a patti scellerati che possono aprire scorciatoie pericolose. A tutti i sentimenti da te descritti che la vita si porta dietro. In questo senso c’è un forte legame fra passato e presente, fra antichità e modernità, esempio fra le precedenti emigrazioni e immigrazioni e quelle odierne. Il libro è la fusione del passato e del presente, dell’antico e del moderno nella migliore delle espressioni che i protagonisti sanno regalarci indicandoci la strada per tentare di poter vivere meglio.

L’uso del dialetto per i dialoghi tra alcuni personaggi nasce da una “necessità” o è solo una scelta stilistica?

L’uso del dialetto è realismo, amore per la verità. È la nostra identità. Tuttavia, nel libro il dialetto c’è solo in alcuni dialoghi quando parla Giovanni, il suo amico Ntoni, il pastore Luciano e qualche altro, persone che non conoscevano la lingua italiana, che si esprimevano solo con “la loro lingua”, il dialetto, e in quel modo si facevano capire, e si capivano, esplicitando anche i concetti più difficili.

Quindi, il dialetto come “verità” del personaggio…

Sì, sarebbe stata una finzione farli parlare in una lingua a loro non nota, che non gli apparteneva, sarebbe stata una stortura ingabbiarli con termini che nessuno di loro conosceva. Il dialetto, tutti i dialetti sono un patrimonio dell’uomo che, soprattutto nei paesi, fin dalla nascita ha usato quelle parole, quelle espressioni, le ha interiorizzate e c’è cresciuto. Toglierlo sarebbe stato un furto di identità, cambiare quelle persone, farle diventare altre, non riconoscerle più. Anch’io conservo il mio dialetto e lo parlo nel mio paese dove il dialetto “è la lingua ufficiale”. Il dialetto è ricchezza lessicale perché solo attraverso esso, a volte, si possono esprimere dei concetti che, altrimenti, non avrebbero la stessa potenza ed efficacia. Si pensi all’uso dell’espressione “mi spagnu” (ho paura) utilizzato da uno dei protagonisti, che affonda in radici ataviche, all’invasione degli Spagnoli in Italia e al timore che suscitava la loro presenza. Questo sentimento di timore si può rendere nella sua essenziale verità e pienezza solo utilizzando il dialetto.

Nonostante il dolore e le sofferenze, l’amore e la speranza sono il messaggio del libro. O sbaglio?

È un’ottima lettura del libro che mi sento di condividere completamente. Sicuramente l’opera è intrisa, è attraversata, di questi due grandi sentimenti che hai indicato. Nel libro l’amore e la speranza non sono però “qualcosa”, sono “qualcuno”. Sono gli esseri umani che camminano in mondi diversi e portano dentro loro stessi l’amore verso i propri simili e il prossimo è la speranza di ritrovarsi un giorno migliori di quello che si è, sotto tutti i punti di vista, sociale ed economico. Sono gli esseri umani che si fanno amore e speranza.    

Un punto di forza del romanzo, secondo me, è che la Calabria è luogo universale, non si scade nel regionalismo di maniera. Cosa ne pensi?

La Calabria è presa solo a pretesto, perché io sono calabrese e mi accompagno sempre alla mia terra. L’ambientazione, però, è “universale” nel senso che i protagonisti e le loro storie le troviamo, le possiamo trovare, in tutte le parti del mondo. Mi è piaciuto parlare della mia Calabria perché è il contesto che più conosco e che mi porto dietro dalla mia infanzia. I suoi paesaggi, le sue persone meravigliose, con le loro sofferenze, i loro dolori, ma soprattutto con il loro carico di amore per gli altri e con la speranza di realizzarsi. Come in gran parte è avvenuto in passato, avviene nel presente e sono sicuro continuerà ad avvenire in futuro.    Lo stesso lettore che ho citato prima ha scritto “l’ho trovato un racconto universale che appartiene a tutti. Chi non ha ricordi e fatti similari significanti?”. Lo sai che le due querce che si vedono sulla copertina esistono da oltre cento anni nel mio paese e sono il centro di ritrovo delle persone da tempo immemorabile? Ho voluto fortemente che fossero il biglietto da visita del libro, il primo “ponte” tra me e i lettori.

Le donne nel romanzo sono “vecchia maniera”, la donna del Sud è molto cambiata, eppure…

Sì, è vero. Se si racconta un certo ambiente e le persone che lo vivono non bisogna tradirli, bisogna essere onesti prima con loro e poi con noi stessi. Negli anni in cui è ambientato il romanzo spesso le donne erano le cd. “vedove bianche” quelle lasciate dal marito e, a volte, anche da qualche figlio che emigrava. La donna del Sud aveva una grande forza interiore e riusciva a superare, con grandi sforzi, una serie di avversità che solo parzialmente erano mitigate dall’amore per la persona che partiva, dalla speranza di un futuro migliore e del ritorno delle persone amate. Ed ecco che torniamo al concetto espresso prima: che amore e speranza sono “qualcuno” e non “qualcosa”. Mia madre ha aspettato, per dieci lunghi anni, mio padre che era emigrato, avendo notizie uno dell’altro solo con le lettere. Però si sono ritrovati. Per questo ho la presunzione di dire che il romanzo può essere visto come una sorta di nuova Odissea, per quello che vivono, e come vivono, i protagonisti. E non me ne voglia il grande Omero per l’improvvido paragone. Le donne del Sud hanno sperimentato la lontananza, ne hanno fatto tesoro, sono cresciute. Certo con gli anni la situazione è cambiata, le distanze si sono notevolmente accorciate, forse non esistono, la donna parte insieme al suo uomo, con tutta la famiglia. Ed è un bene per tutti.

In copertina, opera di Chagall.

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