Peripazzie: Epistolario matto/7 di Rossella Scherl

Cara Medea,

mi ha parlato di te Umberto, mio figlio, il giornalista, quello che con pacienza mi ha imparato a leggere e a scrivere. Ieri stava sulla poltrona, con un libretto in mano. ‘O chiammavo e non rispondeva. Umberto, il caffè è pronto… Manco p’ ‘a capa. Allora gli sono andata vicino e l’aggio tuzzoliato. Uè, non senti? Mammà, scusate, ero concentrato. Che stai leggendo di così importante? Una tragedia. ‘O vero? Mi credevo che nei libri ci stavano solo cose belle. Di che si tratta? Veramente lo volete sapere? Ho fatto sì con la testa. S’è alzato, mi ha fatto accomodare al posto suo, ha pigliato una seggia, s’è assettato di fronte a me e a cominciato: così… così… così. Madonna mia! Non potevo credere chello ca te si’ fidata ‘e fa. Umberto ha provato a spiegare: la straniera, l’esilio, ‘a paura ‘e lassà i figli in mano al nemico. Troppo difficile per me. Ho fatto la nottata chiara chiara. Pure tu, comme ‘a me hai creduto alle promesse di un uomo, pure tu comme ‘a me fino a quando gli hai fatto comodo… e poi? Ll’uommene so’ tutte eguale, ma  ‘e figlie so’ ffiglie.

Quella specie di eroe che ti sei sposato ha dimenticato presto che senza il tuo aiuto, nun avesse potuto fa’ niente. Per fargli prendere quella pelle di pecora fetente,  hai tradito la tua famiglia, hai ucciso tuo fratello. E lui? per diventare re si piglia un’altra femmina e si scorda pure dei figli. Che ti importava  ‘e ‘n mez ommo che non ti voleva più? Pure io ci sono passata, ho lottato, ho imbrogliato, me vulevo arrubbà nu cognome, ma poi viene il momento di dire basta, vuol dire che così doveva andare, tenevo i figli miei. Certo sono stata più fortunata di te, Domenico, sentendosi padre, ha ragionato da padre e siamo diventati una vera famiglia, tu, invece, si’ asciuta pazza.

Perché non sei andata via coi figli tuoi, non erano abbastanza per te? E poi, quando a chillo omme ‘e niente, ormai, gli avevi ucciso la futura moglie e il suocero, perché non sei scappata portandoti le creature tue?  E se la passione amorosa ti ha arravogliato ‘e cervelle, facendoti uccidere la carne tua per punire il loro padre, com’è possibile che quando ti sei resa conto di quello che avevi fatto, non ti sei ficcata in petto la lama ancora insanguinata, mischiando il sangue di madre disgraziata con il loro ancora caldo e innocente? Perché? Perché? Perché? Tutta la notte me lo sono domandata e finalmente, stamattina ho trovato la risposta, l’unica possibile per una madre: morire sarebbe stato troppo facile, il cuore non batte più e si smette di soffrire, di pagare. Per il tuo delitto, non ci può essere perdono, ti sei condannata, senza bisogno di giudice e tribunale, a vivere tutti i santissimi giorni che ti restano, col dolore più grande, con la perdita più innaturale, più devastante.

Ed è per questo che io, adesso, non ti giudico più. Di fronte a questa tragedia, nessuno ha il diritto di farlo. Nessuno.

Dolorosamente,

Filumena

Filumena Marturano interpretata da Titina De Filippo

Immagine di copertina: George Romney, Lady Hamilton as Medea, 1786, The Norton Simon Museum.